
La calvizie colpisce milioni di uomini. Ma ora si può combattere. Con testi genetici sulla predisposizione e sulla ereditarietà. E con le cellule staminali del bulbo
Geni, e cellule staminali. Sono queste le parole magiche per milioni di persone che vedono inesorabilmente diradare la propria capigliatura, e a cui la scienza finora non ha saputo proporre che palliativi, o rimedi estremi come il trapianto. Gli studi, iniziati molti anni fa, stanno finalmente approdando a qualcosa di più che indicazioni teoriche. Ne è un esempio il test genetico che rivela la predisposizione alla calvizie collegata al testosterone, una delle più diffuse, nota come androgenetica. Spiega Antonella Tosti, docente di dermatologia all’Università degli studi di Alma Mater di Bologna: «Il test è del tutto innocuo perchè fatto su un campione di saliva e analizza le varianti di un gene: la variante G, che indica un rischio del 70 per cento di sviluppare un’alopecia androgenetica grave prima dei 40 anni, e la variante A, collegata, invece, a una probabilità di circa il 70 per cento di non sviluppare la malattia».
Il test è dunque il primo risultato concreto di una ricerca che per motli anni si è concentrata sulla caccia al gene responsabile della caduta dei capelli. Invano: perchè esistono molte forme di calvizia diverse e perchè, come in tutte le altre malattie, da soli i geni non bastano. Lo sforzo ha portato a capire alcuni aspetti fondamentali del fenomeno: è di pochi mesi fa la pubblicazione sullo stesso numero di “Nature Genetics”, di due studi considerati pietre miliari.
Il primo è stato condotto dai ricercatori dell’Università di Bonn e Düsseldorf che, analizzando oltre 500 mila siti nel DNA di 300 calvi, hanno mostrato come esistano due zone specifiche del cromosoma 20 strettamente collegati alla calvizie. I ricercatori tedeschi nel 2005 avevano spiegato un altro mistero, dimostrando che le forme ereditarie, a più forte componente genetica, vengono trasmesse solo dalla madre; per questo chi ne è colpito ha una calvizie che ricorda quella del nonno o di antenati lontani generazioni, ma sempre del ramo materno.
Nel secondo studio i ricercatori della McGill University di Montreal hanno analizzato il Dna di oltre 1.200 uomini e scoperto che il rischio di calvizie aumenta molto se sono presenti alcuni profili genetici sempre nel cromosoma 20; lo studio è stato cofinanziato dalla GlaxoSmithKline, segno che l’industria stà fiutando possibili ricadute cliniche. «In futuro si sfrutteranno meglio queste conoscenze, come quelle sugli altri geni indicati negli ultimi anni come responsabili della capigliatura», dice Tosti, «ma siamo ancora lontani da uno “shampoo genetico”».


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